Lettera a Mons. Salvatore Isgrò, Arcivescovo di Sassari – 22 febbraio 1990

Cara Eccellenza, il succedersi di vicende ed impegni (pur contrassegnati in larga parte dal “quotidiano”) mi hanno privato del piacere di rispondere al Suo nobile messaggio e ringraziarla del sostegno così autorevole in un momento tanto intenso e per me significativo.
Poi è sopravvenuto il fatto clamoroso che mi ha visto, con mia moglie, bersaglio di un atto di inaudita violenza. Al di là delle motivazioni che possono avere indotto lo sconosciuto aggressore (e forse il suo mandante) ad un gesto così grave, penso che il fatto debba riportarsi ad un clima di insicurezza, frustrazione, paura, destinato a trasformarsi in rancore astioso che diventa odio e sfocia nella violenza.
A creare questa atmosfera, nella quale il diritto spesso si confonde con il favore, ha indubbiamente contribuito una classe dirigente inadeguata e incapace di fare governo come di diffondere attraverso le istituzioni quelle certezze che, ancora prima di tradursi in ordinamento, esprimono tutta la ricchezza dei valori etico-politici da cui trae luce e significato la forza morale della comunità.
Parlare di classe dirigente non significa, ovviamente, riferirsi solo ai politici, ma alle componenti diverse della comunità investite di compiti decisionali capaci di effetti diffusi e generalizzati. Parlo di imprenditori, sindacati, intellettuali, giornalisti, organizzazioni professionali e così via.
Sarebbe improprio non cogliere in tale contesto il ruolo della Chiesa, la cui azione è in grado di suscitare irresistibili energie, vibranti d spiritualità come fervide iniziative di alto valore sociale e civile. Anche qui l’interrogativo è quello di apprezzare in quale misura si realizzano obiettivi tanto ambiziosi e in quale invece ne restano delusi.
Ogni giorno di più, mi convinco che prima di giudicare l’altrui comportamento siamo tutti chiamati ad una rigorosa analisi autocritica. Solo conoscendo i nostri limiti avvertiamo il bisogno degli altri; ricerchiamo dialogo nella speranza di far emergere quelle verità che diventano poi punti di forza sui quali incardinare il comune unitario impegno.
Al di fuori di ciò non c’è futuro. L’incertezza delle posizioni, il rifugiarsi nella celebrazione del rito tanto più vuoto quanto più paludato e pomposo, l’assenza di contenuti intensamente vissuti e sofferti, l’arido, talvolta altezzoso, privilegio del sentenziare cui non corrisponda una reale partecipazione al dramma umano che vi è sotteso, aprono le porte ad un crescente smarrimento suscettibile di trasformare tanta gente semplice, profondamente onesta, ma priva di validi supporti culturali, giuridici o politici, in ribelli potenziali i cui gesti, talvolta assurdi e inconsulti, hanno, però, nella loro genesi una valore morale inappagato.
È in questi varchi che si insinua e irrompe la malvagità ora subdola, ora devastante con motivazioni che trovano riscontro nell’ingordigia, nel parassitismo, nella consuetudine alla prevaricazione. Ne consegue l’inderogabile necessità di riappropriarci delle responsabilità che ci competono, non solo per l’onore che ne deriva, ma per il servizio che in dedizione e umiltà siamo chiamati a rendere.
I cittadini avvertono un profondo bisogno di credere, di motivare fiducia in chi li rappresenta. Sta a noi recuperare questo valore attraverso la trasparenza delle azioni, la correttezza del confronto e il rispetto delle reciproche opinioni e posizioni.
Le chiedo scusa, cara Eccellenza, della lunghezza di questo sfogo come del testo dattiloscritto; non ho voluto infliggerLe la sofferenza aggiuntiva di una decifrazione non sempre facile. Accetti il mio deferente quanto grato abbraccio.