Sollecitato dalla Commissione statuto si è svolto in Consiglio un dibattito sulla riforma dello Statuto di autonomia nel corso del quale sono intervenuti i sardisti Puligheddu e Ortu e i consiglieri Cocco, Floris, Cabras, Pigliaru, Catte, Anedda, Pubusa, Orrù, Saba. Ha replicato il presidente della giunta. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Mario Melis.
L’iniziativa assunta dal Consiglio regionale di dar vita a una commissione per lo studio di una ipotesi unitaria di riforma dello Statuto di autonomia della Regione ha il vivo apprezzamento della Giunta che la considera momento essenziale di elaborazione politica per il necessario confronto con i poteri centrali dello Stato e ai fini di un contributo creativo e fecondo, non solo alla riforma ma alla rifondazione dello Stato medesimo. È quindi essenziale che il Consiglio regionale trovi al suo interno quella forza unitaria che è la base di un possibile successo; quella forza unitaria che deve esprimere l’unità del popolo sardo. Unità sostanziale che non si esaurisce in formule o in accordi di vertice ma che deve coinvolgere le masse popolari rendendole protagoniste determinanti nelle grandi scelte e nell’aprire prospettive reali al domani.
Quando ancora la commissione doveva affrontare i temi che costituiscono oggetto della discussione consiliare, un partito presente nell’assemblea ha presentato un proprio statuto di autonomia e lo sottopone alla valutazione e al consenso del popolo sardo. L’interrogativo è: questa iniziativa si propone come rottura dell’intesa tra i partiti autonomistici oppure costituisce un contributo per aprire il dibattito, per creare condizioni di confronto, per arricchire con indicazioni e obiettivi un’eventuale comune piattaforma di elaborazione autonomistica?
Da più parti ho sentito affermazioni estremamente positive: è un utile contributo, ha detto il relatore, l’on. Cocco, contestando il significato di rottura di questa iniziativa; in termini simili, concludendo questo dibattito, si è espresso l’on. Saba. Certo, vi sono state voci dissenzienti che hanno tutta la dignità e la nobiltà della valutazione politicamente soggettiva e che si propongono come tali; ma altre, che attingono le proprie motivazioni alla insinuazione, o peggio alla diffamazione, non meritano neppure un cenno di replica. Ragioni istituzionali ci costringono a sentire, ma non ci obbligano a rispondere.
A chi dovesse porsi il problema se questa iniziativa del Partito sardo abbia in sé potenzialità dirompenti, disgreganti, antiunitarie che si pongono non in termini di confronto propositivo ma in termini di differenziazione e di rottura, vorrei ricordare qualche passaggio del “Preambolo” nel quale si afferma che il Consiglio regionale è convinto che una struttura repubblicana federale dello Stato italiano garantirà e intensificherà l’esercizio delle libertà e il raggiungimento di un’effettiva giustizia sociale e contribuirà a rimuovere le cause dell’insufficiente sviluppo della Sardegna.
Uno Stato più giusto, più equilibrato, nel quale la Sardegna si inserisca in termini più vitali, più vigorosi. Si afferma il diritto della nazione sarda a contribuire con pari dignità e sovranità delle altre nazioni al processo di costruzione dell’Europa dei popoli. Siamo dentro lo Stato e dentro la politica e gli obiettivi dello Stato che puntano alla creazione di quella più vasta democrazia europea che trovò proprio nello Stato italiano uno degli elementi propositivi. Ebbene, questo statuto si colloca dentro lo Stato, con le finalità dello Stato.
Al titolo I, nell’articolo 1, si dice che la legge costituzionale deve assicurare la sostanziale uguaglianza fra i sardi nonché fra essi e gli altri cittadini della Repubblica. È una parola inutile, e un concetto pleonastico?
Quale è la realtà oggi? C’è un’emarginazione del popolo sardo rispetto agli altri cittadini della Repubblica o no? Se questo è, il bisogno di sentirsi integrare tra pari con gli altri cittadini dello Stato è un contributo volto a creare l’unità dello Stato, anziché la sua contrapposizione.
In uno spirito di unità e non di rottura la nazionalità è rappresentata in quanto tale nel parlamento dello Stato. Che cosa significa tutto questo se non operare dentro le strutture, gli organi, le istituzioni dando loro maggiore vitalità? È davvero qualcosa di così diverso, di così antitetico, di così contrastante con le linee del dibattito politico e culturale che si va facendo oggi in Italia? Evidentemente chi ciò pensasse non ha colto momenti estremamente significativi, messaggi che vengono dalle forze politiche di maggior rilievo e responsabilità nella vita pubblica.
Sono stati citati ieri alcuni colleghi sardi, dall’on. Carrus all’on. Soddu, è stato citato l’on. Cardia, per indicare uomini politici di fedi politiche diverse da Giovanni Battista Melis e altri: tutti avvertono l’esigenza di una riforma dello Stato e si è dato vita a una speciale commissione del parlamento per la riforma dello Stato.
Io certo auspico una ipotesi di rifondazione dello Stato: era la linea sardista e di alcune formazioni di grande rilievo politico nell’immediato dopoguerra; Lussu ne era uno degli esponenti di maggiore spicco; la rifondazione dello Stato perché la riforma repubblicana è servita a lasciare la struttura preesistente con alcune modifiche che hanno finito però con l’essere parzialmente riassorbite da una struttura immutata, per cui il vecchio centralismo continua a vanificare e a deludere le aspettative di una democrazia regionalista che è ancora da conquistare.
Le più che secolari strutture prefettizie sono presenti per testimoniare una vocazione centralistica che trova nel Ministeri e nella burocrazia ministeriale ancor più che nella struttura politica e nelle segreterie centralistiche dei partiti una vocazione di rivalsa e di recupero di potere che sta creando una sofferenza e una crisi del regionalismo, che si pone tra l’altro in contrasto con la linea di tendenza europea che sta scoprendo il regionalismo come un fatto creativo, innovatore, democratico. Il regionalismo dell’Europa è un fatto nuovo, importante; quello che sta avvenendo nella Spagna già franchista, in Portogallo e soprattutto in Francia, la patria dei giacobini, quindi della teorizzazione del centralismo più classico che trova la sua sintesi e il suo capolavoro nel codice napoleonico, che disegna uno Stato perfettamente efficiente nella concezione ottocentesca di una etnia dominante che impone la propria cultura e i propri modelli a tutti gli altri, rendendoli subalterni e conformi a quell’ipotesi primigenia dello Stato.
I normanni, i baschi, gli alsaziani, i lorenesi, popoli di lingue, di culture, di tradizioni diverse, sono solo alcuni esempi di nazionalità che nello Stato francese hanno subito l’aggressione del giacobinismo emerso nella rivoluzione francese e che conteneva i germi del centralismo napoleonico e diede vita a un modello che l’Italia ha recepito pari pari passando dal feudalesimo a centralismo del principe illuminato. Siamo ancora sostanzialmente dentro la logica dello statuto albertino perché il regionalismo sancito dalla nostra Costituzione si è inserito nel corpo di un organismo statale che è rimasto uguale a se stesso nei suoi organi di vertice che sono rimasti centralisti. Questa contraddizione tra la struttura regionale dello Stato e il verticismo centralista degli organi di governo e del parlamento influenza negativamente la nostra democrazia, ne spegne l’empito, ne rallenta la capacità propositiva. Ma che cosa è lo Stato?
È quell’insieme di piccole comunità che si aggregano per un bisogno di solidarietà, diventano ordinamento e nel loro insieme costituiscono unità etnica e culturale unificate nel territorio, negli interessi, nei valori e diventano nazione come fenomeno naturale, nazione che poi si eleva a si organizza nello Stato, per cui possiamo avere stati plurinazionali, ma l’elemento primigenio è la nazione e più nazioni possono costituire lo Stato. Lo Stato democratico però sa bene che quelli sono i pilastri sui quali si fondano la sua genesi e la sua forza ed è così che si riscoprono i valori del federalismo, di questo patto in virtù del quale tutte le diversità si mettono insieme per creare la grande unità in virtù di coerenze che unificano e non dividono.
Anche l’Italia ne ha preso atto e ha creato il regionalismo, ma un regionalismo più cartolare che reale, un regionalismo da costituzione scritta ma non attuata; ed è questo bisogno fondamentale sul piano politico che oggi ci chiama a dare risposte, a tentare l’impossibile per trovare unitariamente e dare forza determinante, essenziale, senza la quale si è sconfitti, a questa aspirazione. Lo Stato, il confronto Stato-Regione: ma come sarebbe a dire Stato-Regione? Chi è lo Stato? e la Regione che cos’è?
È un contraltare dello Stato? È un postulante che bussa alle porte dello Stato o non è lo Stato? Lo Stato che cos’è se non è territorio? E il territorio si realizza nella regione. Lo Stato cos’è se non popolo? E il popolo vive, pur nelle sue diversità, nel territorio della regione. Lo Stato cos’è se non ordinamento? E le regioni sono ordinamento; lo Stato non è il governo; il governo è un organo dello Stato; lo Stato non è il parlamento, che è un altro organo essenziale, importante, che esprime la democrazia dello Stato, ma è pur sempre un organo dello Stato. Lo Stato è nelle regioni, lo Stato regionalista trova la sua legittimazione nelle regioni: questo è il suo momento essenziale.
Io vorrei risalire al documento predisposto a suo tempo quando questo Consiglio regionale elesse Pietrino Soddu presidente della regione ed egli tentò una formula politica che non ebbe successo. Non ho con me quei documenti, ma li ricordo come un momento propositivo di straordinario interesse, di fervida e travagliata proposta politica alla quale demmo un essenziale contributo di pensiero e di elaborazione; poi fu la Democrazia cristiana nei suoi vertici a bloccare l’iniziativa, a bloccarla, a impedirla, a soffocarla, ma fu un momento veramente magico della nostra unità autonomistica. Non si sono più create quelle condizioni ma quello spirito può bene essere e deve essere recuperato.
Ecco perché noi dobbiamo prima di tutto fare una riflessione sugli obiettivi che ci prefiggiamo. Ho sentito l’on. Cocco e l’on. Saba, per citare colui che ha aperto e colui che ha chiuso e mi farebbe piacere citare i due sardisti che hanno dato un vivace e sostanziale contributo al dibattito. Ho sentito tutti e, salvo un momento torbido della discussione che non mette conto di recuperare, devo dire che vi sono stati veramente impegni che non posso non valutare con grande positività e apprezzamento. Vi è la possibilità di trovare momenti unitari che esaltino l’autonomia, il dibattito politico oggi.
Non posso dare risposte a chi mi sollecita soluzioni quali quelle formulate dall’on. Saba, il quale sostiene: assumiamo pure il documento del Partito sardo come elemento di innovazione, come elemento che riqualifica tutta la lotta e la prospettiva autonomistica, perché porta in avanti il dibattito, e confrontiamoci pure su questo documento e con tutti quelli che l’elaborazione autonoma delle altre forze politiche sarà in grado di esprimere, confrontiamoci e giungiamo o tentiamo di giungere a un documento comune.
Io non posso che esprimere apprezzamento e dire che questo è un linguaggio responsabile. È politicamente qualificante. È un linguaggio che ho sentito formulare anche dai sardisti, i quali dicono di volersi impegnare nella commissione per dare il loro essenziale contributo alla definizione di una ipotesi di statuto che sia espressione dell’unità del Consiglio e, quindi, della comunità dei sardi. Ma non potete chiedere al presidente di assicurare che questo documento sarà o non sarà sottoposto alla firma di chicchessia.
Ciò che ritengo di poter affermare è che se il dibattito in commissione si inizia nel rispetto delle posizioni reciproche si può giungere a una conclusione, perché io conservo memoria storica che in sede di consulta regionale il Partito sardo d’azione fu l’unico a presentare un proprio disegno di statuto; questo non impedì alla consulta di confrontarsi, di giungere a conclusioni, non certo coincidenti con la proposta di statuto sardista, e di proporre alla costituente una ipotesi che purtroppo essa in larga misura disattese. Anche in quella sede i sardisti erano presenti e hanno dato il loro contributo propositivo.
La delusione dei sardisti fu cocente e fu espressa da Lussu con quelle parole, che ormai sono diventate un classico nel paragone tra i due felini, tra quello che si attendeva e quello che è arrivato. Non di meno i sardisti sono stati, sin dall’origine dell’attivazione dell’autonomia regionale sarda, protagonisti della sua gestione, facendo parte della prima giunta regionale sino a che crisi particolari non gli hanno consigliato di uscire, ma dando sempre, dalla maggioranza e dalla opposizione, il contributo e la collaborazione più seria e impegnata perché l’autonomia diventasse uno strumento attivo nelle mani del popolo sardo.
Non mi pare che oggi esistano degli impedimenti a che la commissione inizi subito i propri lavori e li concluda anche il più rapidamente possibile.
Vi sono indicazioni unitarie su una serie di obiettivi, di punti di forza del regionalismo che possono ben costituire oggetto di riflessione comune e che sono in larga misura recepiti nell’unico documento elaborato a cura di una delle forze autonomistiche presenti in questo Consiglio, quella del PSd’az. Quindi io credo che i margini di dissenso e di confronto potranno essere ridotti a dimensioni marginali e che si potrà concordare un progetto comune da sottoporre al parlamento dello Stato e io credo che a questo noi siamo chiamati, tutti, in virtù dell’alta responsabilità che ci deriva dal voto popolare.
La giunta regionale non si sottrae ai suoi impegni e alle sue responsabilità, deferente e rispettosa delle decisioni che il Consiglio prenderà, auspicando che l’appello che il presidente formula all’unisono con quanti in questo senso si sono espressi, in rappresentanza dei rispettivi gruppi, possa trovare in un ordine del giorno comune la risposta che tutti i sardi attendono.