Statuto – Il dibattito in Consiglio – Forza Paris, n. 18 – anno IV – luglio 1988

Sollecitato dalla Commissione statuto si è svolto in Consiglio un dibattito sulla riforma dello Statuto di autonomia nel corso del quale sono intervenuti i sardisti Puligheddu e Ortu e i consiglieri Cocco, Floris, Cabras, Pigliaru, Catte, Anedda, Pubusa, Orrù, Saba. Ha replicato il presidente della giunta. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Mario Melis.

L’iniziativa assunta dal Consi­glio regionale di dar vita a una commissione per lo studio di una i­potesi unitaria di riforma dello Statuto di autonomia della Regio­ne ha il vivo apprezzamento del­la Giunta che la considera momen­to essenziale di elaborazione poli­tica per il necessario confronto con i poteri centrali dello Stato e ai fi­ni di un contributo creativo e fecon­do, non solo alla riforma ma alla rifondazione dello Stato medesi­mo. È quindi essenziale che il Con­siglio regionale trovi al suo inter­no quella forza unitaria che è la base di un possibile successo; quel­la forza unitaria che deve espri­mere l’unità del popolo sardo. Uni­tà sostanziale che non si esaurisce in formule o in accordi di vertice ma che deve coinvolgere le masse popolari rendendole protagoniste determinanti nelle grandi scelte e nell’aprire prospettive reali al do­mani.
Quando ancora la commissione doveva affrontare i temi che costi­tuiscono oggetto della discussione consiliare, un partito presente nel­l’assemblea ha presentato un pro­prio statuto di autonomia e lo sot­topone alla valutazione e al con­senso del popolo sardo. L’interro­gativo è: questa iniziativa si pro­pone come rottura dell’intesa tra i partiti autonomistici oppure costi­tuisce un contributo per aprire il di­battito, per creare condizioni di confronto, per arricchire con indi­cazioni e obiettivi un’eventuale co­mune piattaforma di elaborazione autonomistica?
Da più parti ho sentito affer­mazioni estremamente positive: è un utile contributo, ha detto il re­latore, l’on. Cocco, contestando il significato di rottura di questa ini­ziativa; in termini simili, conclu­dendo questo dibattito, si è espres­so l’on. Saba. Certo, vi sono state voci dissenzienti che hanno tutta la dignità e la nobiltà della valu­tazione politicamente soggettiva e che si propongono come tali; ma altre, che attingono le proprie mo­tivazioni alla insinuazione, o peg­gio alla diffamazione, non meritano neppure un cenno di replica. Ra­gioni istituzionali ci costringono a sentire, ma non ci obbligano a ri­spondere.
A chi dovesse porsi il proble­ma se questa iniziativa del Parti­to sardo abbia in sé potenzialità dirompenti, disgreganti, antiunitarie che si pongono non in termini di confronto propositivo ma in ter­mini di differenziazione e di rottu­ra, vorrei ricordare qualche pas­saggio del “Preambolo” nel quale si afferma che il Consiglio regiona­le è convinto che una struttura re­pubblicana federale dello Stato i­taliano garantirà e intensificherà l’esercizio delle libertà e il rag­giungimento di un’effettiva giusti­zia sociale e contribuirà a rimuove­re le cause dell’insufficiente svi­luppo della Sardegna.
Uno Stato più giusto, più equili­brato, nel quale la Sardegna si in­serisca in termini più vitali, più vigorosi. Si afferma il diritto del­la nazione sarda a contribuire con pari dignità e sovranità delle al­tre nazioni al processo di costruzio­ne dell’Europa dei popoli. Siamo dentro lo Stato e dentro la politi­ca e gli obiettivi dello Stato che puntano alla creazione di quella più vasta democrazia europea che trovò proprio nello Stato italiano uno degli elementi propositivi. Eb­bene, questo statuto si colloca den­tro lo Stato, con le finalità dello Stato.
Al titolo I, nell’articolo 1, si di­ce che la legge costituzionale deve assicurare la sostanziale ugua­glianza fra i sardi nonché fra essi e gli altri cittadini della Repub­blica. È una parola inutile, e un concetto pleonastico?
Quale è la realtà oggi? C’è un’e­marginazione del popolo sardo ri­spetto agli altri cittadini della Repubblica o no? Se questo è, il bi­sogno di sentirsi integrare tra pari con gli altri cittadini dello Stato è un contributo volto a creare l’unità dello Stato, anziché la sua contrap­posizione.
In uno spirito di unità e non di rottura la nazionalità è rappresen­tata in quanto tale nel parlamento dello Stato. Che cosa significa tut­to questo se non operare dentro le strutture, gli organi, le istituzioni dando loro maggiore vitalità? È davvero qualcosa di così diverso, di così antitetico, di così contra­stante con le linee del dibattito po­litico e culturale che si va facendo oggi in Italia? Evidentemente chi ciò pensasse non ha colto momenti estremamente significativi, mes­saggi che vengono dalle forze poli­tiche di maggior rilievo e respon­sabilità nella vita pubblica.
Sono stati citati ieri alcuni col­leghi sardi, dall’on. Carrus all’on. Soddu, è stato citato l’on. Car­dia, per indicare uomini politici di fedi politiche diverse da Gio­vanni Battista Melis e altri: tutti avvertono l’esigenza di una rifor­ma dello Stato e si è dato vita a u­na speciale commissione del parla­mento per la riforma dello Stato.
Io certo auspico una ipotesi di rifondazione dello Stato: era la li­nea sardista e di alcune formazio­ni di grande rilievo politico nel­l’immediato dopoguerra; Lussu ne era uno degli esponenti di maggio­re spicco; la rifondazione dello Stato perché la riforma repubbli­cana è servita a lasciare la struttu­ra preesistente con alcune modifi­che che hanno finito però con l’es­sere parzialmente riassorbite da u­na struttura immutata, per cui il vecchio centralismo continua a va­nificare e a deludere le aspettati­ve di una democrazia regionalista che è ancora da conquistare.
Le più che secolari strutture prefettizie sono presenti per testi­moniare una vocazione centralistica che trova nel Ministeri e nella burocrazia ministeriale ancor più che nella struttura politica e nelle segreterie centralistiche dei parti­ti una vocazione di rivalsa e di re­cupero di potere che sta creando u­na sofferenza e una crisi del regio­nalismo, che si pone tra l’altro in contrasto con la linea di tendenza europea che sta scoprendo il regio­nalismo come un fatto creativo, in­novatore, democratico. Il regiona­lismo dell’Europa è un fatto nuo­vo, importante; quello che sta av­venendo nella Spagna già franchista, in Portogallo e soprattutto in Francia, la patria dei giacobini, quindi della teorizzazione del cen­tralismo più classico che trova la sua sintesi e il suo capolavoro nel codice napoleonico, che disegna u­no Stato perfettamente efficiente nella concezione ottocentesca di u­na etnia dominante che impone la propria cultura e i propri modelli a tutti gli altri, rendendoli subal­terni e conformi a quell’ipotesi pri­migenia dello Stato.
I normanni, i baschi, gli alsa­ziani, i lorenesi, popoli di lingue, di culture, di tradizioni diverse, sono solo alcuni esempi di naziona­lità che nello Stato francese hanno subito l’aggressione del giacobini­smo emerso nella rivoluzione fran­cese e che conteneva i germi del centralismo napoleonico e diede vita a un modello che l’Italia ha recepito pari pari passando dal feudalesimo a centralismo del principe illuminato. Siamo ancora sostanzialmente dentro la logica dello statuto albertino perché il regionalismo sancito dalla nostra Costituzione si è inserito nel corpo di un organismo statale che è ri­masto uguale a se stesso nei suoi or­gani di vertice che sono rimasti centralisti. Questa contraddizione tra la struttura regionale dello Sta­to e il verticismo centralista degli organi di governo e del parlamen­to influenza negativamente la no­stra democrazia, ne spegne l’empi­to, ne rallenta la capacità proposi­tiva. Ma che cosa è lo Stato?
È quell’insieme di piccole co­munità che si aggregano per un bi­sogno di solidarietà, diventano or­dinamento e nel loro insieme costi­tuiscono unità etnica e culturale u­nificate nel territorio, negli inte­ressi, nei valori e diventano nazione come fenomeno naturale, nazio­ne che poi si eleva a si organizza nello Stato, per cui possiamo avere stati plurinazionali, ma l’elemen­to primigenio è la nazione e più na­zioni possono costituire lo Stato. Lo Stato democratico però sa bene che quelli sono i pilastri sui quali si fondano la sua genesi e la sua forza ed è così che si riscoprono i valori del federalismo, di questo patto in virtù del quale tutte le diversità si mettono insieme per creare la grande unità in virtù di coerenze che unificano e non divi­dono.
Anche l’Italia ne ha preso atto e ha creato il regionalismo, ma un regionalismo più cartolare che reale, un regionalismo da costi­tuzione scritta ma non attuata; ed è questo bisogno fondamentale sul piano politico che oggi ci chiama a dare risposte, a tentare l’impos­sibile per trovare unitariamente e dare forza determinante, essenzia­le, senza la quale si è sconfitti, a questa aspirazione. Lo Stato, il con­fronto Stato-Regione: ma come sa­rebbe a dire Stato-Regione? Chi è lo Stato? e la Regione che cos’è?
È un contraltare dello Stato? È un postulante che bussa alle porte dello Stato o non è lo Stato? Lo Sta­to che cos’è se non è territorio? E il territorio si realizza nella regio­ne. Lo Stato cos’è se non popolo? E il popolo vive, pur nelle sue diversità, nel territorio della regione. Lo Stato cos’è se non ordinamento? E le regioni sono ordinamento; lo Stato non è il governo; il governo è un organo dello Stato; lo Stato non è il parlamento, che è un altro or­gano essenziale, importante, che e­sprime la democrazia dello Stato, ma è pur sempre un organo dello Stato. Lo Stato è nelle regioni, lo Stato regionalista trova la sua legittimazione nelle regioni: questo è il suo momento essenziale.
Io vorrei risalire al documento predisposto a suo tempo quando questo Consiglio regionale elesse Pietrino Soddu presidente della re­gione ed egli tentò una formula politica che non ebbe successo. Non ho con me quei documenti, ma li ri­cordo come un momento propositi­vo di straordinario interesse, di fervida e travagliata proposta po­litica alla quale demmo un essen­ziale contributo di pensiero e di e­laborazione; poi fu la Democrazia cristiana nei suoi vertici a bloccare l’iniziativa, a bloccarla, a im­pedirla, a soffocarla, ma fu un mo­mento veramente magico della no­stra unità autonomistica. Non si so­no più create quelle condizioni ma quello spirito può bene essere e de­ve essere recuperato.
Ecco perché noi dobbiamo pri­ma di tutto fare una riflessione su­gli obiettivi che ci prefiggiamo. Ho sentito l’on. Cocco e l’on. Saba, per citare colui che ha aperto e co­lui che ha chiuso e mi farebbe pia­cere citare i due sardisti che han­no dato un vivace e sostanziale con­tributo al dibattito. Ho sentito tut­ti e, salvo un momento torbido del­la discussione che non mette conto di recuperare, devo dire che vi so­no stati veramente impegni che non posso non valutare con grande positività e apprezzamento. Vi è la possibilità di trovare momenti unitari che esaltino l’autonomia, il dibattito politico oggi.
Non posso dare risposte a chi mi sollecita soluzioni quali quelle formulate dall’on. Saba, il quale sostiene: assumiamo pure il docu­mento del Partito sardo come ele­mento di innovazione, come ele­mento che riqualifica tutta la lot­ta e la prospettiva autonomisti­ca, perché porta in avanti il dibat­tito, e confrontiamoci pure su que­sto documento e con tutti quelli che l’elaborazione autonoma delle al­tre forze politiche sarà in grado di esprimere, confrontiamoci e giungiamo o tentiamo di giungere a un documento comune.
Io non posso che esprimere ap­prezzamento e dire che questo è un linguaggio responsabile. È politi­camente qualificante. È un lin­guaggio che ho sentito formulare anche dai sardisti, i quali dicono di volersi impegnare nella com­missione per dare il loro essenzia­le contributo alla definizione di u­na ipotesi di statuto che sia espres­sione dell’unità del Consiglio e, quindi, della comunità dei sardi. Ma non potete chiedere al presi­dente di assicurare che questo docu­mento sarà o non sarà sottoposto al­la firma di chicchessia.
Ciò che ritengo di poter affer­mare è che se il dibattito in com­missione si inizia nel rispetto del­le posizioni reciproche si può giun­gere a una conclusione, perché io conservo memoria storica che in sede di consulta regionale il Par­tito sardo d’azione fu l’unico a presentare un proprio disegno di statu­to; questo non impedì alla consulta di confrontarsi, di giungere a con­clusioni, non certo coincidenti con la proposta di statuto sardista, e di proporre alla costituente una i­potesi che purtroppo essa in larga misura disattese. Anche in quella sede i sardisti erano presenti e hanno dato il loro contributo pro­positivo.
La delusione dei sardisti fu co­cente e fu espressa da Lussu con quelle parole, che ormai sono di­ventate un classico nel paragone tra i due felini, tra quello che si at­tendeva e quello che è arrivato. Non di meno i sardisti sono stati, sin dall’origine dell’attivazione dell’autonomia regionale sarda, protagonisti della sua gestione, fa­cendo parte della prima giunta re­gionale sino a che crisi particolari non gli hanno consigliato di uscire, ma dando sempre, dalla maggio­ranza e dalla opposizione, il con­tributo e la collaborazione più se­ria e impegnata perché l’autono­mia diventasse uno strumento atti­vo nelle mani del popolo sardo.
Non mi pare che oggi esistano degli impedimenti a che la com­missione inizi subito i propri lavo­ri e li concluda anche il più rapi­damente possibile.
Vi sono indicazioni unitarie su una serie di obiettivi, di punti di forza del regionalismo che posso­no ben costituire oggetto di rifles­sione comune e che sono in larga mi­sura recepiti nell’unico documento elaborato a cura di una delle forze autonomistiche presenti in questo Consiglio, quella del PSd’az. Quindi io credo che i margini di dissenso e di confronto potranno essere ridot­ti a dimensioni marginali e che si potrà concordare un progetto comu­ne da sottoporre al parlamento dello Stato e io credo che a questo noi siamo chiamati, tutti, in virtù dell’alta responsabilità che ci de­riva dal voto popolare.
La giunta regionale non si sot­trae ai suoi impegni e alle sue re­sponsabilità, deferente e rispetto­sa delle decisioni che il Consiglio prenderà, auspicando che l’appel­lo che il presidente formula all’u­nisono con quanti in questo senso si sono espressi, in rappresentanza dei rispettivi gruppi, possa trova­re in un ordine del giorno comune la risposta che tutti i sardi atten­dono.