Dal sottosviluppo allo sviluppo in Sardegna – Associazione degli Industriali – Nuoro 4 febbraio 1985

Voglio anzitutto esprimere l’apprezzamento dell’amministrazione regionale ai promotori di questo convegno, che stanno dimostrandosi nella nostra società componente sempre più attenta, più consapevole del proprio ruolo, più compresa dell’esigenza di approfondire la conoscenza per costruire e progettare l’avvenire.
Infatti, va dato atto alla Confindustria sarda di aver attivato tempo addietro uno studio pregevole ed articolato, anche se da me non del tutto condiviso, sulla zona franca doganale. Tema sul quale sono stato per il mio partito presentatore di uno specifico disegno di legge da cui si è sviluppato successivamente tutto un ampio dibattito, che anche lo studio promosso dalla Confindustria – stimolato per la verità da un precedente convegno del CIS – ha consentito di evidenziare.
La stessa Confindustria, qualche anno fa, si era fatta promotrice di un incontro a Cagliari per discutere il quadro globale del momento produttivo, occupativo e finanziario attraversato dalla Sardegna. Oggi, infine, ci sottopone questi studi, che le sue singole organizzazioni territoriali stanno conducendo, nell’ambito delle rispettive province, per individuare le cause del sottosviluppo, quale necessaria premessa al loro superamento.
Nel dibattito odierno i politici sono intervenuti in rappresentanza di tutti i partiti. Per essi è norma tracciare le linee di azione delle rispettive parti politiche, sottoponendosi, quindi, di continuo al giudizio dell’opinione pubblica. Questa volta vediamo uscire allo scoperto, con proposte sempre più chiare e precise, anche l’organizzazione degli industriali. È un fatto che va sottolineato, perché la classe dirigente non si esaurisce nelle istituzioni politiche, ma si specifica nella società attraverso le sue articolazioni economiche, culturali e, in più larga accezione, spirituali. Esse concorrono tutte, nel loro insieme, a determinare le condizioni dello sviluppo. Dal loro coerente operare scaturiscono, infatti, i sinergismi che realizzano la crescita economica e sociale, mentre, dall’incoerenza delle azioni nasce la paralisi ed il sottosviluppo.
E, in effetti, quanto oggi viene presentato in questo convegno costituisce uno studio importante che, pur non proponendo soluzioni ai problemi del mancato sviluppo economico della Sardegna, non introduce, a mio avviso, neppure motivi tali da creare sfiducia o scoraggiamento. In ogni caso non coglie di sorpresa quelle parti politiche, che nell’oligopolio e nel monopolio avevano già individuato un fattore centrale dello sviluppo, da un lato, e del sottosviluppo, dall’altro. È da tempo, infatti, che proprio in Sardegna si va sostenendo come una nuova politica dei poteri d’autonomia possa consentire di rompere l’accerchiamento ed il condizionamento creato dalle forze monopolistiche e oligopolistiche. Da qui l’esigenza di essere protagonisti e non subalterni nello sviluppo della nostra economia regionale.
Su questo punto, tuttavia, non vorrei aver frainteso il prof. Savona. Non si può, infatti, individuare quale nemico, chiunque approdi alle nostre sponde per intraprendere un’attività produttiva. Per contro chi viene in Sardegna e sa conquistare col suo lavoro stima e solidarietà, deve essere idealmente annoverato fra i sardi. E ciò vale anche per qualsiasi cittadino che sappia interpretare le aspettative, le esigenze, le aspirazioni, i motivi di lotta di questo popolo, che ha subito e subisce il sottosviluppo. Un popolo, che proprio dall’oligopolio sperimenta l’emarginazione e che vuole uscire da questa condizione, contrastandola in modo efficace. Non esiste, dunque, alcuna relazione che possa assimilare i non sardi ai nemici. Ciò che occorre contrastare è, invece, il definirsi di condizioni di oligopolio.
Il prof. Bolacchi stamane, nel riassumere le conclusioni raggiunte con tanto impegno di studio insieme ai colleghi Sabattini e Usai, sottolineava come l’oligopolio, data la sua natura, non consenta alle aree che sfrutta di svilupparsi. Tutt’al più, può permettere l’insediamento di industrie assistite, finalizzate alla sola occupazione, e quindi non in grado di sollecitare l’indotto, né processi di verticalizzazione o di diversificazione produttiva. In altri termini, industrie che sono incapaci di attivare un processo di sviluppo orizzontale, diffuso nel territorio.
Peraltro, il realizzarsi di questo processo di sviluppo sottrarrebbe spazi di mercato, il che contrasterebbe con gli interessi dell’oligopolio. D’altro canto, una diversa ipotesi non in contrasto con tali interessi verrebbe a configurarsi quale rinunzia spontanea da parte di chi detiene il mercato e si porrebbe, quindi, al di fuori di ogni logica propria delle leggi e dei modelli dell’economia.
La soluzione, dunque, non può che essere di natura politica, per cui occorre trovare in tale ambito le risposte appropriate: maggiori poteri per il governo dell’economia regionale, per dare un’efficace programmazione, indirizzata verso obiettivi possibili e, soprattutto, realizzabili, che vadano oltre – è auspicabile – l’agriturismo, l’artigianato e la forestazione. Se così non fosse, risulterebbe strana, tra l’altro, la presenza di un Credito Industriale Sardo tra gli strumenti della politica di sviluppo regionale.
In effetti, il problema di fondo si pone in altri termini. Non vi è dubbio che occorra realizzare un ampio ed incisivo processo di riforma e di ammodernamento della pastorizia nomade e dell’agricoltura. Tuttavia, non è pensabile che solo con l’apporto di questi settori, o anche con il sostegno offerto dal turismo e dall’artigianato, si possa rendere la Sardegna regione di sviluppo economico integrato in grado di porsi come centro di propulsione e di raccordo tra economie diverse.
L’insularità geografica può trasformarsi in un rilevante fattore di impulso economico. Il mare, per quelle isole che hanno saputo utilizzare la loro posizione lungo le rotte delle grandi correnti di traffico internazionale, si è sempre rivelato un possente elemento di sviluppo e non già di emarginazione. Realizzare questo obiettivo, per la Sardegna, io credo sia non soltanto possibile, ma ancor più necessario.
L’ipotesi della zona franca, che in questo convegno ha trovato tante echi e tanti consensi, in fondo si propone nient’altro se non l’utilizzazione della centralità mediterranea, conferendo un ruolo di sviluppo all’essere la Sardegna situata vicino a Gibilterra e sulla linea di Suez, cioè lungo le rotte marittime più intensamente trafficate del Mediterraneo. Solo se sapremo cogliere tali opportunità, la Sardegna potrà divenire momento di raccordo tra tante economie, che gravitano sul Mediterraneo e che vedono nel costituendo Porto Canale di Cagliari, nello scalo marittimo di Porto Torres, e in diversi altri porti sardi, centri di scambio, di afflusso e di diramazione di merci, oltre che sedi per nuove attività produttive.
Del resto, è inutile illudersi – e mi rivolgo in particolare all’onorevole Roich – che la nuova legge per il Mezzogiorno risolva i nostri problemi. Abbiamo alle nostre spalle decenni di interventi straordinari, che in tutta Italia sono serviti soltanto ad esaltare il distacco fra Nord e Sud. L’intervento straordinario ha dimostrato, infatti, che il sottosviluppo accentua la distanza delle aree economicamente deboli dalle regioni di più intenso sviluppo. Il risultato, sul terreno concreto dei fatti, è che la Sardegna sta oggi registrando il più alto indice di disoccupazione, rispetto al resto d’Italia; e la Calabria, a sua volta, registra condizioni di arretratezza paurose, come del resto la Basilicata.
L’intervento straordinario non è dunque servito al riequilibrio e ha mostrato l’insufficienza di un’azione politica basata sul mero criterio della straordinarietà. È compito, invece, di tutte le politiche dello Stato indirizzarsi verso il riequilibrio del paese: dai trasporti alle grandi infrastrutture – come strade, porti e aeroporti – dalla politica degli investimenti produttivi, industriali e agricoli, fino alla pubblica istruzione ed alla sanità.
Non è pensabile che i sardi continuino a doversi spostare altrove, verso Padova, Bergamo o Milano, per curare malattie che richiedono tecnologie chirurgiche o terapie mediche particolarmente sofisticate. Anche in Sardegna abbiamo le conoscenze necessarie, mentre mancano le risorse finanziarie indispensabili. Queste ci vengono sottratte perché, in sede di riparto, le regioni del Nord Italia riescono a far passare una linea basata sul principio della spesa storica, che premia le aree più attrezzate di ospedali e di presidi sanitari, ma nega ogni principio di sostanziale uguaglianza. In tal modo, le regioni meglio dotate di strutture e di attrezzature ottengono dallo Stato maggiori finanziamenti, mentre le regioni che devono ancora realizzare le loro infrastrutture sanitarie di base risultano fortemente penalizzate.
L’oligopolio non è, quindi, solo un fatto economico, ma anche, e soprattutto, un fatto politico. Dobbiamo, perciò, rompere questa spirale involutiva mediante una legge di poteri, cioè una legge di autonomia, che ci renda finalmente protagonisti della nostra storia. Per contro, con l’attuale sistema imposto dalle regioni del Nord, che non accettano il criterio di riparto pro capite delle risorse, la Regione sarda perde qualcosa come 70 miliardi di lire nel solo settore della sanità.
Non vi è dubbio che il confronto attivato con lo Stato – a cui si è riferito l’on. Roich – sia finalizzato alla soluzione dei problemi della nostra regione. Resta, però, il fatto che occorre avere la forza sufficiente per ottenere dallo Stato il riconoscimento dei nostri diritti e della dignità che ci compete quali cittadini a pieno titolo. Solo in tal modo il dialogo instaurato con il governo potrà trovare ulteriori momenti creativi e fecondi.
Per conseguire questi obiettivi, inoltre, non è consentito mentire. Quando ci si incontra con il governo o con le più alte cariche dello Stato, si ha, infatti, il dovere di riferire esattamente ai cittadini la natura e la portata delle questioni affrontate.
Mi sia consentito di cogliere questo spunto per ricordare un episodio, che è stato giudicato polemico, anche se non si può ravvisare in esso alcuna valenza in tal senso. Intendo riferirmi al mio recente incontro con il presidente dell’Eni prof. Reviglio, svoltosi in un clima ispirato a estrema cortesia e stima reciproca. In tale occasione, come presidente della Regione sarda, avevo richiamato l’attenzione del professor Reviglio sul fatto, per noi inaccettabile, che l’Eni, pur essendo l’imprenditore industriale più importante nella nostra regione, si limitasse ad esercitare in Sardegna soltanto una mera attività gestionale, non dispiegando, cioè, alcun impegno sul fronte della promozione dello sviluppo e delle necessarie integrazioni produttive col sistema delle imprese locali. Ebbene, sono fermamente convinto, al di fuori di qualsiasi polemica, che fosse mio preciso dovere portare a conoscenza dell’opinione pubblica le risposte ottenute in tale circostanza. E cioè che l’Eni non è in grado di fare attività di promozione industriale in Sardegna, perché non può, date le condizioni di mercato, verticalizzare, né diversificare le proprie produzioni e perché è impedito dal proprio statuto ad intervenire in altri settori produttivi.
Il discorso con l’Eni, naturalmente, non è chiuso, ma è necessario valutare attentamente, anche alla luce di queste dichiarazioni, quanto sta avvenendo attualmente in Sardegna. Né, d’altro canto, può ravvisarsi alcuna intenzione polemica quando si sostiene che è necessario promuovere la ricerca applicata in Sardegna. Io non so che significato voglia attribuirsi al concetto di cultura. Se questo debba esaurirsi nel recitare le « Stanze di Poliziano », nel disquisire sui quadri di Piero della Francesca, o se, invece, non costituisca un fatto globale, che interessa anche i temi della produzione: da cosa si debba produrre a come si possa produrre, studiandone i costi e le redditività, le possibilità occupative e gli sbocchi di mercato.
Quando il Presidente della Regione sostiene che l’Eni deve investire nella ricerca applicata nel campo delle fibre, di cui esiste in Sardegna, ad Ottana, il polo pubblico più importante d’Italia, al fine di evitare il pericolo che nell’arco dei prossimi cinque anni le nostre produzioni siano superate dalla concorrenza internazionale (e gli stessi concetti vengono ribaditi per il piombo-zinco ed il carbone) e si sente opporre un rifiuto, in considerazione delle scarse risorse disponibili, ebbene il presidente ha il preciso dovere di informare i cittadini.
Io credo che sussistano motivi di preoccupazione di cui occorre informare la collettività, quando si sostiene, senza ottenere adeguate risposte, che l’Eni – ma questo vale per tutto il sistema delle partecipazioni statali, Efim ed Iri compresi – deve trovare forme idonee di raccordo e d’impulso con le realtà produttive e con l’ambiente isolano. Non è, infatti, tollerabile che le imprese a partecipazione statale localizzate in Sardegna non abbiano alcun rapporto di connessione ed integrazione con il tessuto produttivo locale. E questo riguarda le attività estrattive e metallurgiche del Sulcis-Iglesiente-Guspinese, le fibre di Ottana e, in genere, tutti gli insediamenti petrolchimici e chimici di Porto Torres ed Assemini.
Per contro, occorre che l’Eni crei un’apposita struttura capace di inserirsi realmente nel tessuto produttivo della regione, con cui possa confrontarsi l’imprenditorialità sarda, al fine di rendere possibile le necessarie integrazioni produttive e favorire, anche per le attività indotte, una partecipazione d’assieme di tutti i produttori: aziende pubbliche ed imprese locali.
Come si può governare lo sviluppo in Sardegna, quando aziende di dimensioni così rilevanti, come quelle a partecipazione statale, operano in modo del tutto slegato dal potere autonomistico? Come si può governare, quando un consiglio di amministrazione decide da Roma licenziamenti, cassa integrazione e la chiusura di interi reparti di produzione, senza alcun coordinamento con la programmazione regionale? In tali condizioni, l’economia diventa una realtà incoerente, che dipende da fattori esterni, capaci soltanto di creare difficoltà a quanti sono chiamati in sede regionale, alla responsabilità di fornire adeguate risposte ai lavoratori e ai cittadini in genere.
E, soprattutto, chiedo a voi imprenditori che avete la responsabilità di attivare le vostre aziende nel rispetto delle necessarie compatibilità, quali effetti positivi hanno suscitato in Sardegna le aziende a partecipazione statale? Ed in particolare, quale indotto hanno creato i loro investimenti se gli appalti per lavori da realizzare in Sardegna sono decisi a Milano o a Roma, con semplici telefonate fra grandi manager che ignorano regolarmente le imprese sarde?
Vediamo così la Metallurgica del Tirso, una moderna industria di carpenteria metallica, che assieme ad altre aziende sarde resta in pratica esclusa da ogni attivo coinvolgimento, mentre in Sardegna si programmano investimenti che, nel polo della chimica, sono tra i più importanti d’Italia.
Nessuna polemica, quindi, con le partecipazioni statali, ma un confronto serrato, aperto, reale, su temi propositivi e innovativi. L’obiettivo non è solo il caso Sardegna, ma il riequilibrio che coinvolge l’intero paese.
In questo convegno si è parlato anche della criminalità, come conseguenza e causa di sottosviluppo. È sbagliato pertanto affermare che la delinquenza va combattuta soltanto con l’impiego di misure repressive, perché si finirebbe con l’esaltare tendenze autoritarie (una sorta di politica dei “fucili”) che certamente non offrono alcuna soluzione reale ai nostri problemi. Per contro, in una società democratica la soluzione va ricercata sul terreno delle riforme politiche e sociali, le uniche in grado di rimuovere alle radici le cause che originano la delinquenza e la devianza sociale.
Il Governo e il Parlamento italiano hanno riconosciuto la validità di questa impostazione, allorché diedero vita ad un’apposita commissione interparlamentare d’indagine, presieduta dal sen. Medici, che è venuta in Sardegna a studiare la realtà economica e sociale della regione, indicando con lungimiranza politica alcune linee di soluzione. Queste, peraltro, non hanno trovato attuazione perché è mancata la forza politica a far mantenere gli impegni assunti dallo Stato che sono rimasti, pertanto, in gran parte semplici promesse.
Anche in altri importanti settori della vita economica della Sardegna, sussistono dei problemi che l’assenza di una legge di poteri d’autonomia rende ancor più gravi. Non è, infatti, tollerabile che il sistema bancario sardo raccolga in Sardegna risparmi per circa 7.000 miliardi di lire, che sono in gran parte esportati, sottraendo, quindi, agli operatori sardi le risorse indispensabili al finanziamento degli investimenti, e alla gestione delle imprese. Non vi è dubbio che la liquidità si diriga dove il premio è più sicuro, per cui è necessario creare le condizioni perché il sistema creditizio isolano trovi convenienza ad impiegare i mezzi finanziari in Sardegna. Ed il problema, anche in questo caso, è per sua natura politico, ancor prima che economico.
Parimenti, nel campo dell’istruzione non possiamo non sollevare alcuni interrogativi, che da troppo tempo attendono risposta. Non si tratta di invocare un ritorno a forme culturali arcaiche, come è apparso da qualche intervento: la cultura non si produce più nell’ovile! Quella cultura costituisce un patrimonio che non si può disprezzare, ma che non può aprirci alcuna nuova prospettiva. Pur sentendo struggente il sentimento che ci lega a questo passato, in quanto non possiamo rinnegare le nostre radici, dobbiamo, tuttavia, saper guardare all’avvenire, alle moderne tecnologie, aprendoci allo studio ed all’apprendimento del nuovo. Ed anche per il problema dell’istruzione si ripropone il dilemma: o, come Regione, abbiamo poteri sufficienti d’intervento, o lo Stato deve garantire i servizi e le prestazioni adeguate. Sono infatti le istituzioni che devono provvedere al giusto e fondamentale diritto ad un’istruzione che si proietti verso il futuro.
Altrettanto può dirsi per l’università di Nuoro, di cui tanto si parla. La sua istituzione peraltro è possibile, pur in assenza di appositi interventi statuali, se attorno ad un preciso progetto iniziamo a mettere insieme le possibilità d’iniziativa e di operatività, presenti nelle diverse istituzioni regionali, a partire dalla stessa Regione autonoma, alla Camera di Commercio, fino alle altre componenti della nostra società.
La cultura della subalternità tuttavia non si può sconfiggere in un breve lasso di tempo. Questo pesante retaggio, che ci portiamo dietro da secoli, è un ostacolo che va superato. Anch’esso è un prodotto delle forze economiche dominanti che, con linguaggio più attuale, potremmo imputare ai poteri del monopolio e dell’oligopolio e che attraverso essi è stato, infine, recepito ed istituzionalizzato dalla politica. Questo stato di cose si supera nel tempo, anche in virtù dell’autonomia regionale.
Pochi interventi, durante i lavori di questo convegno, hanno poggiato l’attenzione su questo punto, cogliendone tutte le sue implicazioni. Eppure, a tal fine, in funzione cioè di un serio impegno nella ricerca – che è poi cultura nel suo faticoso ed incerto procedere – abbiamo stanziato nel bilancio regionale un somma pari a 5 miliardi di lire. Uno stanziamento che per le nostre limitate risorse è senz’altro rilevante, ma che è parso giusto destinare al fine di mobilitare le nostre università regionali. Crediamo, infatti, che la via maestra per uscire da una situazione oppressiva sia costituita dalla cultura e dalla programmazione, volta ad assicurare l’indispensabile coerenza nelle politiche della Regione. Tutti gli operatori, nei diversi campi di attività, devono poter avere chiari gli obiettivi verso cui tendere nella certezza che l’impegno che essi profondono nelle loro iniziative trovii appositi stanziamenti di bilancio, la disponibilità e il sostegno della Regione.
Non ho la presunzione di additare il bilancio regionale come modello di perfezione. Ed è corretto affermare, come ha fatto l’on. Mannoni, che la commissione da lui presieduta, saprà cogliere tutte le opportunità per migliorarlo. Sta di fatto che il nostro bilancio, per la prima volta, comprime le spese correnti e aumenta quelle destinate agli investimenti e, inoltre, sempre per la prima volta, stanzia una somma rilevantissima per la politica della casa, in modo da contribuire a rilanciare anche l’attività degli imprenditori privati.
Nel corso di quest’anno, se vi sarà sufficiente celerità nell’approvazione del bilancio, evitando quegli atteggiamenti dilatori che vanno al di là di un corretto confronto dialettico (necessario quest’ultimo per mettere in evidenza gli aspetti positivi del bilancio rispetto a quelli che invece è opportuno migliorare) e se gli imprenditori sapranno muoversi anch’essi con tempestività, sarà possibile mobilitare una massa ingente di risorse per la politica della casa, ed in particolare per la prima abitazione. Sono stati, infatti, stanziati oltre 35 miliardi per l’abbattimento dei tassi di interesse, 15 miliardi per l’edilizia convenzionata, 20 miliardi per l’edilizia agevolata ed, infine, 5 miliardi per i centri storici. A questi stanziamenti andranno inoltre ad aggiungersi le altre somme che saranno stanziate dallo Stato, dalla Cassa per il Mezzogiorno e dagli altri enti di settore. In ogni caso, sui fondi propri della Regione sarda ci sarà, comunque, la disponibilità suindicata, di oltre 70 miliardi di lire, al fine di dare un decisivo impulso ad un settore, come quello dell’edilizia, dove si avverte più pressante l’esigenza dei cittadini e dove, per contro, più acuta si manifesta la situazione di crisi. Così operando si è inteso venire incontro in modo concreto ai problemi dell’occupazione. Attraverso l’edilizia, oltre l’occupazione diretta di settore, si mobilitano le attività più molteplici: dall’artigianato alle piccole imprese, dai servizi ai trasporti.
Per favorire l’occupazione tuttavia, non ci siamo limitati a questi interventi. Abbiamo, infatti, stanziato 150 miliardi di lire (di cui solo 50 miliardi costituiscono un recupero di somme stanziate nel decorso esercizio e non utilizzate). Intendiamo in tal modo attivare una vasta politica a favore dei giovani, per offrire ad essi possibilità concrete nell’avvio di iniziative, che siano congeniali alle loro capacità, alle loro professionalità, alle esperienze di lavoro maturate anche in anni di emigrazione. Attività che siano in grado di offrire beni e servizi rispondenti alla domanda di mercato e che possano, quindi, contribuire a creare reddito e occupazione.
Abbiamo inoltre stanziato, per nuovi oneri legislativi, una somma anch’essa rilevante. Ho sempre dichiarato, nelle diverse sedi, che in questo stanziamento vi sono 35 miliardi di lire destinati alla creazione di una nuova società finanziaria che mobiliti gli imprenditori e che possa offrire ad essi, al di là dei limiti operativi e delle pesantezze burocratiche del sistema bancario, strumenti dinamici, di natura reale e finanziaria. Una società finanziaria che consenta dunque all’imprenditorialità locale di operare con la necessaria tempestività in quei settori del nuovo, i cui mercati vanno oggi profilandosi in termini promettenti e che, soprattutto, sono tuttora aperti all’ingresso di nuove imprese.
Non vi è dubbio che questo strumento possa risultare, sotto molteplici aspetti, utile ed importante. Tutto questo può essere importane anche per le nostre zone interne. Innanzitutto, perché i settori di mercato delle zone interne sono anche essi percorribili da un’imprenditorialità nuova e giovane, che voglia, cioè, essere attivamente presente e sappia coniugare in modo efficiente il livello relativamente basso della domanda locale con flussi appropriati di esportazione.
La stessa emigrazione, che abbiamo registrato soprattutto nelle zone interne, può ora costituire, attraverso il rientro di lavoratori sardi formatisi all’estero, un ulteriore elemento di impulso. Le zone interne si vanno, infatti, arricchendo di nuove professionalità e di interessanti esperienze, come è possibile riscontrare nella zona industriale di Nuoro. Solo alcuni mesi fa, abbiamo inaugurato una nuova impresa, creata da due emigrati di ritorno, che è andata ad inserirsi in un settore completamente nuovo nell’esperienza industriale della Sardegna e la cui produzione attualmente viene esportata fuori dall’isola. L’imprenditorialità locale potrebbe inoltre proficuamente orientarsi nel realizzare quelle attività in grado di occupare spazi di mercato coperti da importazioni, indirizzandosi verso quei prodotti per i quali sussistono condizioni locali, tali da renderli competitivi sotto il profilo dei costi.
È necessario, infatti, creare attività produttive caratterizzate da un alto valore aggiunto, se vogliamo essere vincenti, sul terreno economico, senza attendere, peraltro, che i danni provocati dall’assenza di continuità territoriale risultino talmente elevati da attirare finalmente l’attenzione del governo sulle condizioni della nostra economia regionale. In materia di trasporti, la giunta non mancherà di formulare proposte utili a definire un progetto complessivo, centrato su interventi decisivi e innovativi.
Nondimeno, resta pur sempre il fatto che se la nostra economia proseguirà ad esportare materie prime, l’incidenza dei costi del trasporto continuerà a pesare fortemente sul costo finale del prodotto. Occorre perciò puntare verso produzioni ed elevato valore aggiunto, che rendano più sopportabili l’onere del trasporto. Ed in questa direzione, la Giunta regionale è disponibile e pronta ad impegnarsi con tutte le risorse a sua disposizione.
Durante i lavori del convegno ci sono state rivolte numerose domande, alle quali cercherò di dare rapide risposte. All’on. Mannoni dirò che le sorti dell’azienda agricola «Surigheddu Mamuntanas» preoccupano vivamente la Giunta regionale. Non è esatto, quindi, affermare che siano state fatte scelte di carattere ideologico. Trattandosi di una delle più belle aziende agricole d’Europa, la giunta regionale è seriamente impegnata ad evitare che possano determinarsi processi di polverizzazione fondiaria. Attualmente vi è un complesso aziendale accorpato che dispone di un lago, in grado di irrigare tutto il territorio circostante: oltre mille ettari di pianura. Questo potrebbe consentire di creare un’agricoltura del tutto nuova con altissimi indici di redditività. La Regione sarda non intende assumere proprietà terriere, ma stimolare l’attività dei produttori e degli operatori. Da parte nostra intendiamo garantire e tutelare questa linea politica che comporta, peraltro, un’azione vigile tesa ad evitare che la speculazione si impadronisca di un’azienda, che è già oggi in grado di offrire produzione e lavoro.
Parimenti, in altri settori, restano alcune grandi battaglie da fare.
La lunga vertenza con il Governo per il titolo terzo dello statuto, si è conclusa con una trattativa condotta in modo affrettato. Da una verifica fatta di recente dalla Giunta regionale, si è potuto constatare che, nonostante le modifiche introdotte, oltre 200 miliardi di lire all’anno sono ancora sottratte alla Regione sarda.
E resta pur sempre il fatto che lo Stato, sebbene garantisca alla nostra Regione una percentuale sull’imposta di fabbricazione, non applica lo stesso principio in materia di prodotti petroliferi. L’imposta di fabbricazione, come è noto, è pagata all’atto del consumo ed è risaputo che la maggior parte del petrolio raffinato viene consumato principalmente nelle regioni più sviluppate. In Sardegna per contro il consumo è relativamente modesto, per cui si calcola che una somma pari a 3.000 miliardi di lire risulta in tal modo sottratta alle entrate del nostro bilancio, per essere invece distribuita ad altre regioni.
Ci si trova, quindi, in presenza di una situazione ingiusta, oltre che penalizzante: la raffinazione petrolifera viene effettuata in Sardegna, mentre l’imposta di produzione ad essa afferente viene pagata al consumo, privando così di ingenti risorse il bilancio regionale.
Quanto al piano generale della Cassa, on. Roich, si è avuto modo di verificare, nel corso dei lavori della Commissione interregionale per i problemi del Mezzogiorno, che il documento presentato dal ministro, on. De Vito, non costituisce in effetti un piano. Si tratta di un documento voluminoso, che contiene una serie di dati ed indicazioni generiche, non sorrette da alcuna analisi approfondita e, quindi, del tutto carenti ai fini di un’organica azione di sviluppo.
Anche in tema di fabbisogno finanziario per le opere di completamento, le cifre riportate nel documento manifestano gravi incertezze e lacunosità. Inoltre, non vi sono né obiettivi né impegni, soltanto la presa di coscienza di una realtà varia e complessa come è quella del Mezzogiorno, così come, del resto, varia e complessa è tutta la realtà italiana, che necessita perciò di terapie diversificate all’interno delle diverse regioni.
Sono valutazioni queste che procedono di pari passo con la conoscenza e le esperienze acquisite, che hanno ampiamente dimostrato come l’applicazione meccanica su realtà tra loro diverse dello stesso strumento legislativo e degli stessi strumenti fiscali, mentre determina da una parte lo sviluppo, dall’altra parte crea il sottosviluppo e l’emarginazione.
Abbiamo, dunque, sufficienti elementi per approfondire con il dovuto rigore l’analisi della nostra realtà regionale e, soprattutto, per operare con impegno concorde di tutti: lo sviluppo perché della nostra regione che comporta l’attivazione di un ampio processo unitario. Sappiamo, infatti, che soltanto da una crescita armonica e generalizzata può nascere una forza ed una speranza nuova nel domani.